di Flora Albarano
Grazie a Ioana Pârvulescu e al suo libro Dove i cani abbaiano in tre lingue facciamo un salto in quello che la stessa autrice definisce “un altro mondo”, ovvero un’epoca in cui la vita quotidiana era dominata da oggetti diversi da quelli di oggi, un momento della Storia in cui non esistevano né il cellulare né la nozione stessa di Internet né le trappole della vita digitale. In compenso esisteva sempre l’uomo con i suoi desideri e le sue paure e quello che accadeva agli uomini nella Romania degli anni ’60, nella cittadina di Brosov, il romanzo lo narra attraverso gli occhi di una bambina di cinque anni, Ana, curiosa e sensibile, che osserva il mondo con una rara lucidità mista a disarmante innocenza, parola che non a caso è il titolo originale dell’opera.
Il mondo in una casa
La vera protagonista del romanzo è però una casa, quella di via Majakovskij, per un periodo rinominata via San Giovanni, quel microcosmo che racchiude tutto l’universo di Ana, del suo fratellino Matei e dei suoi cugini Dina e Doru, un luogo nella cui “pancia” accadevano cose strane che coinvolgevano a turno o a gruppi i suoi abitanti, adulti, bambini e anziani. La casa non è un semplice edificio ma una persona e, nel caso specifico, un’eroina perché era sopravvissuta a due guerre mondiali, due terremoti, un bombardamento. La casa aveva insegnato a quei bambini che “vivere in una casa, in un pianeta che le case le minaccia, richiede infinita misericordia e almeno una goccia di responsabilità. Accende la comprensione e l’attenzione.”
L’umanizzazione delle case è forse uno degli aspetti più affascinanti del libro… La piccola Ana osserva e descrive le case come fossero persone: alcune sorridono, altre sembrano tristi, altre un po’ burbere. Hanno molteplici forme, le finestre diventano occhi, le porte bocche, i balconi sopracciglia aggrottate o rilassate. Le case non sono solo lo sfondo o il contesto in cui si svolgono le vite umane, ma partecipano attivamente alla narrazione, diventando testimoni silenziosi di gioie, dolori, segreti e sogni. In un mondo come quello della Transilvania dove le identità sassone, romena e magiara coesistono e dove tutto sembra parlare più lingue — persino i cani — le case comunicano, accolgono misteri e segreti, ci parlano e narrano ciò che accade.
I quattro piccoli protagonisti della storia insieme fondano società segrete e inventano giochi e modi per “raddrizzare il mondo”, formano una squadra che, protetta dalle pareti della propria casa, si confronta con il mondo esterno e le sue minacce, in un modo dolce tipico dell’infanzia, smarcandosi dalla malinconia che è propria del mondo adulto.
Dopo esserci lasciati guidare dallo sguardo di Ana e aver conosciuto così, attraverso i suoi occhi fanciulleschi, una serie di bizzarri personaggi, dal bibliotecario al riparatore di ombre, da Cici e gli altri amici di infanzia ai nonni e allo zio, incrociamo alla fine lo sguardo adulto dell’autrice che spiega il legame di parentela che ha sempre avvertito con la sua casa come se fosse un membro della famiglia: “Aveva nel suo codice genetico qualcosa di tutti quelli che, negli anni dell’infanzia, ho incontrato al suo interno, di tutti quelli che ha ospitato per un periodo. Anche loro avevano incrociato lì le proprie voci, vite, storie personali, spezzate non senza ferite, dalla Storia, con la maiuscola”.
La Storia emerge tacitamente dalle storie… Si parla quasi sottovoce di Stalin, con la scritta che campeggia sul monte Tampa, dei gulag, dei primi passi dell’uomo sulla Luna, della paura e della repressione. Come, infatti, ci spiega nella postfazione, in modo chiaro e semplice, la traduttrice Anita Paolicchi, il romanzo è un viaggio in varie direzioni, un viaggio nel tempo e nello spazio della memoria individuale per recuperare la percezione del mondo vissuto da bambini e un viaggio nel passato come presente storico per far emergere un passaggio forte della memoria collettiva romena cioè la rappresentazione della Romania comunista degli anni Sessanta che incombe come un’ombra sul mondo infantile.
Ed è per questo che le pagine di questo libro non sono solo un viaggio avventuroso guidato da una dolcissima voce narrante ma anche una preziosa opera di recupero del passato, quel passato che “è scritto con inchiostro simpatico. Serve calore per vederne di nuovo le lettere con chiarezza, dopo che per molto tempo sono state nascoste come se non ci fossero…”.

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