di Wajdi Mouawad
Traduzione italiana di Monica Capuani – Regia di Marco Lorenzi Teatro Bellini di Napoli, 10–15 febbraio
Ci sono spettacoli che non si limitano a raccontare una storia, ma la incidono nella carne dello spettatore. Come gli uccelli, il testo del drammaturgo franco‑libanese Wajdi Mouawad portato in scena da Marco Lorenzi nella traduzione di Monica Capuani, appartiene a questa categoria rara: un teatro che non consola, ma rivela; che non spiega in modo didascalico, ma interroga; che non teme di far male pur di far vedere.
Eitan e Wahida si incontrano in una biblioteca di New York, in una scena che Lorenzi costruisce con una leggerezza quasi danzata: due giovani che si sfiorano tra le scrivanie illuminate solo da lampade, due identità sospese tra tre continenti, due destini che si riconoscono prima ancora di capirsi. Eitan, israeliano cresciuto a Berlino; Wahida, palestinese che ha imparato a vivere lontano dalla propria origine. Sono due novelli “Romeo e Giulietta” ma senza Verona a far da sfondo: il loro amore nasce già in esilio, già in fuga, già in conflitto con una Storia che li precede e li sovrasta.
La regia sceglie di non edulcorare nulla: la tenerezza, l’amore e la gioventù dei due protagonisti sono sempre attraversati da un’ombra, come se il mondo intero trattenesse il fiato sapendo ciò che i due vorrebbero con forza ancora ignorare o cambiare.
Il ritorno alle origini: un viaggio che diventa destino
Il viaggio in Israele, intrapreso per ricostruire il passato e dare un nome alle proprie identità, è il punto di non ritorno. Sull’Allenby Bridge – quel ponte sospeso tra Israele e Giordania, tra due mondi che non si parlano – la Storia esplode. L’attentato che riduce Eitan in coma è un colpo di scena che Lorenzi mette in scena con una crudezza asciutta, senza spettacolarizzazione: il corpo del ragazzo diventa un territorio devastato, un confine violato, un simbolo di ciò che la violenza politica infligge alle vite private.
Wahida, sottoposta a controlli umilianti da una soldatessa, attraversa il proprio inferno personale. Ed è proprio in quell’istante di brutalità che ritrova la sua identità araba, quella che l’America aveva anestetizzato ma non cancellato. La fuga che segue non è codardia: è sopravvivenza, è rinascita, è un atto di resistenza.
la verità come detonatore
Attorno al letto d’ospedale di Eitan si radunano genitori e nonni che non si parlavano da anni. Mouawad, maestro nel far emergere le crepe della memoria familiare, costruisce un mosaico di bugie, omissioni, rancori e identità negate. Lorenzi dirige questi momenti con un rigore quasi chirurgico: ogni parola pesa, ogni silenzio è un macigno, ogni gesto rivela ciò che i personaggi tentano disperatamente di nascondere.
Il passato, come un uccello nero, aleggia su tutti. E non c’è modo di scacciarlo: bisogna guardarlo negli occhi.
Una messinscena che vola alto
Lorenzi firma uno spettacolo che unisce precisione drammaturgica e intensità emotiva. La scena, essenziale ma evocativa, diventa di volta in volta biblioteca, appartamento, bar, ospedale, memoria. Le luci scolpiscono i corpi come se fossero frammenti di un’unica storia spezzata. Nei 180 minuti di rappresentazione lo spettatore è chiamato a esporsi, a diventare uno sguardo partecipe e vigile: uno sguardo che decodifica e mette in relazione – grazie alle varie lingue del testo che si affiancano sulla scena –, che abita i significati e li interpreta. Si è coinvolti in ogni tempo e in ogni livello narrativo, dal ricordo al ritorno improvviso del passato, in una presenza così intensa da rendere impossibile stabilire una gerarchia tra i piani della realtà. Tutto ciò che accade nel testo appare inevitabilmente concreto. Persino la pausa tra i due atti si percepisce come una frattura che diventa essa stessa parte della forza drammaturgica. Gli attori – tutti – offrono interpretazioni di rara profondità, capaci di restituire la complessità di personaggi che non sono mai simboli, ma esseri umani feriti, contraddittori, vivi. La densità poetica di Mouawad è resa nei dialoghi senza mai appesantire il ritmo scenico.
Un teatro necessario
Come uccelli è uno spettacolo che non lascia scampo. Parla di identità, di appartenenza, di confini che uccidono e di amori che provano a salvarci. Parla del conflitto israeliano-palestinese, ma anche di noi, delle nostre paure e delle nostre eredità taciute. È un’opera che chiede coraggio allo spettatore: il coraggio di ascoltare, di guardare, di non voltarsi.
Uscendo dal Bellini, si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di più di una rappresentazione: un rito laico, un atto di memoria, un volo che ci riguarda tutti.

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